Possono iscriversi tra i Seller le Imprese Sociali, Cooperative di produzione e lavoro e tutti gli operatori dell’Economia Sociale che propongono beni e servizi al mercato.

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Possono iscriversi tra i Buyer le Imprese, Istituzioni/Enti Privati, Associazioni, Federazioni e Fondazioni, interessate a servizi e prodotti offerti dal mondo dell’Economia Sociale.

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Un punto d’incontro tra «aziendalese» e «socialese»

Andrea Di Turi intervista Laura Bongiovanni - Presidente di Associazione Isnet.

Laura Bongiovanni è presidente di Associazione Isnet, network di imprese sociali e organizzazioni del Terzo settore che dal 2007 realizza ogni anno il rapporto Osservatorio Isnet sulle imprese sociali, i cui dati salienti verranno ripresi in infografica nella sessione di apertura del Workshop sull’impresa sociale del 10-11 settembre.

 

 

Insieme a Right Hub, Isnet sta per lanciare un nuovo progetto di ricerca e formazione che punta a rafforzare dialogo, conoscenza e opportunità di partnership tra profit e non profit. «Efficacia ed efficienza – dice Bongiovanni - sono fondamentali, su questo la cooperazione sociale non può permettersi sconti».

A che punto è il dialogo tra profit e non profit?
I dati dell’ultimo Osservatorio Isnet evidenziano come siano in crescita le imprese sociali che diversificano l’attività nel privato: dal 36,5% del 2012 a quasi il 40% nell’ultimo anno. Sono quelle con le performance economiche migliori e il miglior sentiment, cioè le previsioni di incremento di fatturato e la propensione all’investimento. Evidentemente dialogare col privato è una strada auspicabile.

Quali sono i principali ostacoli a questo dialogo?
Come vediamo nelle esperienze che seguiamo, oltre che nei dati, sussiste una sorta di territorio di incomunicabilità: i due linguaggi, che alcuni definiscono “aziendalese” e “socialese”, delle aziende l’uno e delle imprese sociali l’altro, si confrontano ma fanno ancora fatica a intendersi nel momento in cui si figura una potenzialità di accordo operativo. Un caso in cui direi che sono riusciti a incontrarsi è la collaborazione avviata a Milano tra il gruppo Mercedes e la cooperativa sociale Spazio Aperto Servizi sul servizio di car sharing Car2Go, di cui la cooperativa gestisce il parco macchine.

La sharing economy può essere una frontiera di sviluppo per le imprese sociali?
Ci sono dei punti di contatto. Ad esempio il riferimento alla capacità dei cittadini di attivarsi proponendo nuove soluzioni a bisogni sociali o comunque al miglioramento della qualità della vita. È chiaro che le esperienze di sharing economy non presentano il valore aggiunto sociale che quelle dell’economia sociale hanno invece per definizione. Queste ultime, però, spesso non considerano adeguatamente le potenzialità delle nuove tecnologie per valorizzare le proprie iniziative. Ritengo auspicabile che fra i due mondi si creino sinergie, specie attraverso i giovani (se ne parlerà il 30 settembre-1 ottobre a Milano, dov’è in programma un incontro per iniziare a progettare la seconda edizione della Biennale della Prossimità, di cui Isnet è stata fra i promotori lo scorso giugno a Genova).

Tra «aziendale» e «socialese» chi ha più strada da fare?
Entrambi devono scendere a compromessi, aprire a codici comuni. L’impresa sociale dev’essere più attenta a temi quali l’efficienza, l’operatività, le tempistiche. E investire di più nella formazione, su skills che la aiutino a capire meglio il mondo delle aziende, anche rivedendo strutture organizzative e stili di lavoro. Mentre l’impresa profit nel rapporto con l’economia sociale deve puntare sull’autenticità, senza “strumentalizzazioni” a scopo d’immagine, ma mettendosi in gioco, facendosi contaminare, anche in relazione e mission e obiettivi. Del resto l’interesse del profit a dialogare col sociale è in crescita.

Come spiega l’avvicinamento del profit all’economia sociale?
Da una parte è una richiesta dei consumatori. Dall’altra, con la crisi molte aziende hanno messo in campo strumenti di welfare aziendale innovativi per andare incontro alle esigenze dei dipendenti. In quest’ambito la collaborazione con le imprese sociali ha avuto riscontri positivi, anche perché la struttura tipicamente snella e flessibile dell’impresa sociale le permette di cogliere in tempo reale certe esigenze. E di strutturarsi di conseguenza.

Quali sono le caratteristiche del progetto che Isnet e Right Hub stanno per lanciare?
Si tratta di un’attività di ricerca che in funzione delle evidenze raccolte avrà anche un risvolto operativo. La rilevazione è in fase di start up, entro l’autunno sarà completata. Interpellando un campione selezionato di aziende profit in tutt’Italia, intendiamo capire quale sia oggi il posizionamento dell’economia sociale rispetto alle esigenze aziendali, in termini di punti di criticità e di forza, di potenzialità di sviluppo, di confronto coi desiderata delle aziende. Cercheremo di identificare opportunità e metodi che i soggetti dell’economia sociale possono interpretare per intercettare con successo nuovi interlocutori profit.

Una volta raccolte e analizzate le informazioni di scenario, le tradurremo in un’esperienza pratica, condividendole coi soggetti potenzialmente interessati ad esempio attraverso corsi di formazione. L’obiettivo è creare il presupposto per incontri con le aziende nei quali la cooperazione sociale possa presentarsi preparata e consapevole dei loro bisogni. Per risultare efficace e credibile.

Intervista per Right Hub a cura di Andrea Di Turi

9 settembre 2015