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Il fundraising come motore di efficienza e sostenibilità del non profit.

Andrea Di Turi intervista Elena Zanella - fundraiser, blogger, consulente per la comunicazione e il marketing.

«Il fundraiser non deve solo gestire il dono, ma favorire la sostenibilità dell’organizzazione»: lo afferma Elena Zanella, fundraiser, blogger (anche su Vita.it), consulente per la comunicazione e il marketing e vincitrice dell’Italian Fundraising Award 2013. A giugno è uscito il suo libro “Professione fundraiser. Ruolo, competenze, strumenti e tecniche” (Franco Angeli) e ai primi di ottobre sarà una delle protagoniste del Salone della Csr e dell’Innovazione sociale a Milano.

 

 

Elena Zanella

La sua opinione è che la funzione e i professionisti del fundraising siano all’alba di un grande cambiamento. Che li porterà ad incidere sempre di più sulle strategie e sulla gestione delle organizzazioni non profit. In particolare sulla loro efficienza dal punto di vista economico e finanziario.

Quanto il non profit è consapevole dell’importanza di un uso ottimale delle risorse economiche?
Poco. L’approccio all’ottimizzazione delle risorse in un’ottica produttiva e di sostenibilità è qualcosa che sta solo oggi germogliando. Mi riferisco chiaramente al mondo dell’associazionismo, diverso è l’ambito delle cooperative sociali.

Come mai?
Finora non se ne sentiva la necessità: l’efficienza era considerata secondaria rispetto all’efficacia. È un portato del fatto che queste organizzazioni non ricercano la profittabilità, non c’è un interesse proprietario, per cui la priorità è il raggiungimento degli obiettivi sociali. Solo nel momento in cui i conti non tornano si comincia a rivolgere attenzione alla dimensione dell’efficienza. E ci si chiede dove si può intervenire ed essere più efficienti, che a quel punto diventa anche una questione di responsabilità.

In un tale scenario, che ruolo ha il fundraiser?
Potrebbe essere la persona cui demandare il compito di tenere sotto controllo i costi. Non si tratta di svolgere un ruolo amministrativo, ma di valutare quali sono le strade da percorrere per poter scegliere meglio e per rintracciare le fonti di finanziamento più utili. Il ruolo del fundraiser è destinato a evolversi profondamente: occorre conoscere i principi della gestione ottimale dell’attività d’impresa, come si valutano i fornitori migliori in base alla rispondenza a determinati criteri, quali sono le opportunità nell’accesso al credito e nella remunerazione degli investimenti, come funziona il rapporto con le banche, come si definisce una pianificazione finanziaria di medio-lungo periodo. Questa evoluzione è una tappa obbligata, ma è anche una questione strategica che può rivelarsi vincente. Al fundraiser si chiederà sempre più in futuro di intervenire nei processi gestionali e strategici di un’organizzazione. Le stesse fondazioni, ad esempio, prima di erogare un finanziamento cominciano a richiedere come si misura, non solo ex-post ma ex-ante, l’impatto dell’attività di un’organizzazione.

Questa evoluzione è già in corso?
Direi di no. In Italia come all’estero, anche se nel mondo anglosassone il fundraising è più consolidato e sono forse un po’ più avanti di noi sul fronte della valutazione dell’impatto sociale. Ma questo è lo scenario verso cui stiamo andando tutti, che prevede forte formazione, preparazione, qualificazione. E una capacità di interazione con le altre funzioni dell’organizzazione: io penso al fundraiser come a una figura trasversale, che può riportare a tutti e allo stesso tempo può essere chiunque.

Cosa serve per accelerare il cambiamento verso una nuova concezione del fundraising?
Serve in particolare che inizi a cambiare la mentalità nelle organizzazioni: devono considerarsi imprese a tutti gli effetti, che operano in un mercato competitivo, con regole precise da cui non si può prescindere. Ripeto: la formazione, l’investimento in risorse umane qualificate che, oltre ad attendibilità e reputazione, abbiano certe competenze, è una condizione assolutamente necessaria. Perché è la qualità delle persone a fare la differenza.

Intervista per Right Hub a cura di Andrea Di Turi

24 settembre 2015