Possono iscriversi tra i Seller le Imprese Sociali, Cooperative di produzione e lavoro e tutti gli operatori dell’Economia Sociale che propongono beni e servizi al mercato.

Scopri di più
 
Possono iscriversi tra i Buyer le Imprese, Istituzioni/Enti Privati, Associazioni, Federazioni e Fondazioni, interessate a servizi e prodotti offerti dal mondo dell’Economia Sociale.

Scopri di più
 

L'impresa sociale deve imparare a raccontarsi

Andrea Di Turi intervista Riccardo Bonacina - Fondatore e direttore responsabile del magazine Vita, Riccardo Bonacina segue da più di vent’anni le vicende dell’economia sociale. Avendo contribuito al suo sviluppo nel ruolo di narratore, oltre che di testimone e profondo conoscitore.

 

Bonacina

Con un occhio al presente e uno rivolto a immaginare il futuro di questo settore, «le aree intermedie, ibride, tra profit e non profit – dice -, sono ciò che di più nuovo sta emergendo. E anche di più innovativo, in riferimento al pluralismo imprenditoriale italiano».

A che punto è oggi il dialogo tra quei mondi, il profit, il non profit, ma anche la Pubblica amministrazione, che fino a non molti anni fa ben poco si conoscevano e assai meno comunicavano?

Ritengo che dal punto di vista della realtà fattuale ci sia stata una notevole crescita. Lo stesso Benedetto XVI ha detto, già nel 2009, che una rappresentazione duale del mondo, dove ci sono solo profit e non profit, non dà veramente più conto di quello che succede e delle necessità che emergono dalla società. Del resto questo è anche uno degli item più forti della Riforma del Terzo settore. Per cui tutto ciò che cerca di mettere in relazione quei mondi e incoraggiare il dialogo, come mi pare sia uno degli obiettivi di Right Hub, è quanto mai necessario.

Ci sono esempi particolarmente significativi di questa evoluzione?

Molti: penso alle grandi associazioni di volontariato, mi viene in mente Avis, che hanno centinaia, un migliaio di dipendenti; alla larga maggioranza delle realtà non profit censite dall’Istat, che sono market oriented; al disegno di legge sulle B Corporation, che istituisce la figura giuridica di società profit che già in statuto inseriscono finalità legate al bene comune, ai territori. Tutto questo dice quanto questi mondi stiano effettivamente cercando di trovare linguaggi comuni. Per entrare, appunto, in dialogo.

Sul lato profit, c’è consapevolezza che le imprese sociali sempre più possono rappresentare potenziali fornitori, o partner, con cui stringere relazioni commerciali in virtù della qualità e competitività della loro offerta?

È un tema che va portato all’attenzione delle grandi aziende. Pensiamo ad esempio ai servizi che le imprese sociali possono offrire nell’ambito del welfare aziendale, dove in questo senso si sono già fatti passi avanti. E poi l’assistenza, la sanità leggera. Vedo però ancora poche imprese impegnate realmente a inserire imprese sociali in filiera o a costruire filiere di imprese sociali. Mi viene in mente il progetto di Gruppo Cgm sulla filiera energetica, o qualche esempio nell’ambito dell’assistenza a persone disabili o malati cronici. Ma è ancora troppo poco.

Sul lato imprese sociali, quanta strada hanno fatto nel modo di comunicare e di proporsi sul mercato?

Da che ho iniziato a occuparmi di queste cose, nei primi anni ’90, anche qui ho visto indubbiamente una crescita. Ad esempio, quando nel 2014 abbiamo festeggiato i venti anni di Vita, abbiamo chiesto ai protagonisti di venti storie emblematiche di raccontarsi, con varie modalità e strumenti: sono rimasto davvero impressionato dalla loro capacità comunicativa, dall’immediatezza e dall’efficacia, direi addirittura dalla fascinazione che sapevano esercitare. Però, se guardiamo alla “grande pancia” dell’impresa sociale e del volontariato, si può fare ancora molto di più. Come spiega una storia che mi piace spesso raccontare in questo periodo…

Ci racconti la storia…

Riguarda Jacques Prévert, allora giovane poeta squattrinato, che passando davanti alla Basilica del Sacro Cuore, a Montmartre, vide un cieco, seduto, che chiedeva l’elemosina. Non avendo soldi da donargli, provò a dargli una mano in altro modo, facendo leva sulle sue capacità di scrittore. Prese il cartello dov’era scritto “sono cieco”, lo girò e scrisse “fra poco è primavera, ma io non la vedrò”. Il giorno seguente, ripassando di lì, vide che al cieco erano state fatte cospicue elemosine. Ecco, mi pare un bell’esempio per dire di come ci si può raccontare. E di quanto ancora si possa migliorare su questo fronte.

 

Intervista per Right Hub a cura di Andrea Di Turi