Possono iscriversi tra i Seller le Imprese Sociali, Cooperative di produzione e lavoro e tutti gli operatori dell’Economia Sociale che propongono beni e servizi al mercato.

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Possono iscriversi tra i Buyer le Imprese, Istituzioni/Enti Privati, Associazioni, Federazioni e Fondazioni, interessate a servizi e prodotti offerti dal mondo dell’Economia Sociale.

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Lo sviluppo dell’imprenditoria sociale passa dalla diversificazione.

Andrea Di Turi intervista Giuseppe Guerini, Presidente di Federsolidarietà, Portavoce dell’Alleanza delle Cooperative Sociali e presidente di Confcooperative Bergamo che interverrà all’incontro del 10 febbraio prossimo a Milano dove Right Hub e ISNET presenteranno la prima ricerca in Italia sul social procurement.

 

Giuseppe Guerini, Presidente di Federsolidarietà, Portavoce dell’Alleanza delle Cooperative Sociali e presidente di Confcooperative Bergamo

Presidente di Federsolidarietà, l’organismo di rappresentanza delle cooperative e imprese sociali aderenti a Confcooperative, Portavoce dell’Alleanza delle Cooperative Sociali e presidente di Confcooperative Bergamo fresco di riconferma, Giuseppe Guerini è un esperto di lungo corso di cooperazione e impresa sociale, in Italia e in Europa, dove fa parte del CESE-Comitato Economico e Sociale Europeo. Interverrà all’incontro del 10 febbraio prossimo a Milano dove Right Hub e ISNET presenteranno la prima ricerca in Italia sul social procurement. Un fenomeno che «esiste molto più di quanto si pensi», dice Guerini.

Il profit si sta dunque accorgendo che c’è qualità, professionalità, competitività anche fra le imprese sociali?
Sì, anche se occorre farli incontrare di più, creando le occasioni. Con Federsolidarietà, ad esempio, abbiamo avviato un’esperienza con la Fondazione Altagamma per far incontrare grandi aziende profit della moda, i grandi marchi italiani, con le cooperative sociali: da questi incontri a volte nascono esperienze bellissime. Ma, ripeto, il social procurement è già ora diffuso più di quanto ci si aspetti.

In quali settori l’imprenditoria sociale ha più potenzialità di sviluppo?
A mio avviso un ambito particolarmente interessante è l’area culturale-educativa, ad esempio tutta la gestione dei beni culturali. Ci sono iniziative molto interessanti, fra le tante mi viene in mente l’esperienza, straordinaria, di padre Antonio Loffredo e delle Catacombe di Napoli. Credo che per l’Italia vi sia un potenziale molto grande su questo fronte.

Quali sono le condizioni per lo sviluppo del tante volte citato “ecosistema” dell’impresa sociale?
Ci sono diversi elementi da considerare. Occorre ad esempio definire regole di mercato chiare e trasparenti che permettano di competere alla pari e in questo senso nella legge delega sugli appalti, che recepisce Direttive Ue in materia, ci sono spazi interessanti. Serve una liberalizzazione, ma senza privatizzazioni, di settori finora condizionati dal soggetto pubblico, come reti energetiche o determinati servizi. Detto questo, è necessario promuovere un’imprenditoria sociale diversificata, facendo crescere e valorizzando, ognuna con la sua specificità, diverse forme di impresa sociale...

Vale a dire?
In ambiti come la cultura o lo sport esiste una quantità enorme di organizzazioni non profit. L’ultimo rapporto di Iris Network individua oltre 82mila organizzazioni non profit orientate verso una dimensione di mercato e una buona parte di queste appartiene ai settori che citavo. Non si tratta ovviamente di “costringere” chiunque, anche le piccolissime realtà, a diventare impresa sociale. Ma organizzazioni che muovono cifre importanti forse è il caso che diventino imprese sociali e affinché ciò avvenga ci vuole una volontà. Io ritengo che se nascessero in Italia qualche migliaio di imprese sociali non cooperative, sarebbe un vantaggio complessivamente per tutto il sistema, anche per la difesa dell’autenticità e delle peculiarità delle cooperative sociali.

C’è anche una questione culturale da affrontare per lo sviluppo dell’imprenditoria sociale?
C’è senz’altro anche questo elemento, soprattutto in una parte del settore non profit. Ma vanno fatte anche altre considerazioni, magari dure o brutali, legate all’opportunismo e all’interesse economico di quelle realtà a cui fa comodo restare nello stato di fatto, sebbene si debba distinguere anche qui: il riferimento è alle realtà che gestiscono attività economicamente rilevanti, che sarebbe bene per l’intero sistema se uscissero da un certo alveo di ambiguità e facessero chiarezza.

Gli anni della crisi hanno cambiato l’attenzione e la considerazione che c’è in generale verso l’economia sociale?
Purtroppo questo mondo finisce più facilmente sotto i riflettori per situazioni negative, mentre facciamo fatica di solito a “bucare il video”. Bisognerebbe sottolineare di più i dati, che sono di tutta evidenza: In Italia le cooperative sociali hanno registrato un +115% di occupati nel periodo 2001-2014, nessun altro settore ha fatto tanto. Ma in tutta Europa, e se n’è parlato anche di recente in un incontro cui ho partecipato a Bruxelles, cooperazione e imprenditoria sociale hanno avuto in questi anni performance importanti. Similmente è accaduto in Canada, in Giappone. C’è, insomma, un modello che funziona. E c’è un mercato in crescita, anche perché i bisogni non sono comprimibili. Credo che cooperazione ed economia sociale abbiano ancora molto da dire.

 

Intervista per Right Hub a cura di Andrea Di Turi