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L’Economia Civile per un nuovo Umanesimo

Andrea Di Turi intervista il professor Stefano Zamagni

Prof Stefano Zamagni RH

Ci sarà anche il professor Stefano Zamagni all’evento fondativo della Classe italiana delle B Corp, in programma a Milano l’1 dicembre 2016. Professore ordinario di Economia Politica all'Università di Bologna, presidente del Comitato Scientifico di Aiccon (Associazione Italiana per la Cultura Cooperativa e delle Organizzazioni Non Profit), presidente della Fondazione Italia per il Dono Onlus, consultore del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace (è stato fra i principali collaboratori di Papa Benedetto XVI per l’Enciclica Caritas in Veritate) e membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, Zamagni con i suoi studi e riflessioni, divulgati anche attraverso una corposa produzione letteraria, è da molti anni un punto di riferimento imprescindibile in Italia e a livello internazionale per chiunque si occupi di non profit. Anzi, per meglio dire, di economia civile: «Perché il termine “non profit” – spiega - non appartiene alla nostra tradizione».

Professore, perché il termine “non profit” non è adeguato?
La distinzione tra profit e non profit è di origine anglosassone, in Italia l’abbiamo adottata ma da noi non ha senso. Lo ha nel modello di economia di mercato americano. Da noi, sin dall’Umanesimo, la distinzione è sempre stata tra imprese civili e incivili: tra quelle che includono, generano valore, lavoro, e quelle che sfruttano, anche l’ambiente. Del resto anche l’espressione “Terzo settore” non ci appartiene: fu coniata nel 1981 da Jacques Delors (ex-presidente della Commissione europea, ndr) e va bene per la Francia, dove c’è un modello basato sulla centralità dello Stato, che è il primo settore. Il mercato è il secondo. Quelli che non si identificano nell’uno o nell’altro, sono il terzo. Anche qui, noi l’abbiamo ripresa ma non fa parte della nostra storia culturale. E sono certo, come già vedo nella letteratura avanzata, che questo termine in futuro scomparirà. In ogni caso, ciò che registro da circa una quindicina d’anni in quest’ambito è una convergenza tra le due sponde dell’Atlantico…

Vale a dire?
La distinzione tra imprese civili e incivili è stata compresa. E prima dagli americani: negli Stati Uniti nel 2010 è stata infatti introdotta la nuova figura giuridica delle benefit corporation, un nuovo soggetto che non è né for profit, né non profit, perché persegue congiuntamente entrambi gli obiettivi. Anche se antesignana della benefit corporation è proprio l’impresa civile italiana, cosa che del resto all’estero ci riconoscono: penso alla Olivetti, ai Rossi di Vicenza, ai Crespi. Imprese che facevano profitto, ma anche mille altre cose per il territorio, a favore della gente. Per questo avremmo dovuto essere noi a dire che abbiamo inventato le benefit corporation. Civile viene da civitas, che è la città delle anime, mentre urbs è la città delle pietre: la civitas, cioè, è fatta da un cemento di natura spirituale. Abbiamo bisogno di riempire le nostre città di imprese civili e di restituire questa significanza alla convivenza comune.

Le benefit corporation sono il segnale di un processo di transizione in corso verso un sistema economico più “civile”?
Il processo di transizione è evidente. Noi dobbiamo favorirlo e accelerarlo, per passare dalla concezione dominante negli ultimi decenni, di impresa incivile che pensa solo al profitto, a una in cui invece l’impresa deve fare profitto, ma questo non può essere soltanto una proprietà privata degli azionisti, di chi ha investito il capitale. Perché il profitto non è merito unicamente del capitale investito, ma della progettualità, del lavoro, di tantissimi altri fattori: se il profitto va solo a chi ha messo il capitale, è come un’appropriazione indebita. E affermarlo, per chi ha studiato un po’ di economia, è una sciocchezza.

La Riforma del Terzo settore varata in Italia va in questa direzione?
È una buona riforma, perché è organica, cioè riguarda l’intero settore. E perché la filosofia che la anima è quella che ho detto: accelerare la transizione. Ovviamente con la gradualità che è necessaria. La cosa fondamentale da capire è che sotto il cappello dell’impresa civile, la scelta della forma giuridica non dico che sia irrilevante ma è meno importante. Va lasciata alla libertà delle persone, alle caratteristiche dei contesti in cui avviene. Ma ciò non cambia la species, che è quella dell’impresa civile. Bisogna superare la concezione legalistica, per cui se si ha l’“etichetta” allora per ciò stesso si fa il bene comune. Guardiamo invece a come si opera: l’impresa civile non corrompe, non porta i soldi a Panama, non sfrutta gli operai, insomma non massimizza il profitto in maniera non civile. Voglio dire: in “Mafia capitale” erano coinvolte imprese che giuridicamente erano cooperative sociali ma di fatto erano imprese incivili. D’altro canto, tantissime imprese profit, non solo del passato ma di oggi, operano nel solco dell’impresa civile. Sono convinto che la distinzione tra imprese civili e incivili si imporrà in futuro.

Ritiene che una maggiore diffusione del social procurement potrebbe dare un contributo alla transizione?
Lo considero un elementare atto di equità economica: non si vede perché, nella fornitura di determinati beni o servizi, debbano essere escluse imprese che non hanno come principio la massimizzazione del profitto. È una degenerazione prodotta da una forma “giuridichese” di ragionare, le “etichette” di cui parlavo. Bisogna piuttosto fare il contrario, partendo dall’osservazione di cosa un’impresa fa e come lo fa, per poi selezionare al meglio. È chiaro che il social procurement va fatto ed è grave che l’Italia in quest’ambito non si sia ancora adeguata, come accaduto invece in altri Paesi.

Il professor Enrico Giovannini, portavoce dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo sostenibile, ha lanciato la proposta di introdurre la sostenibilità fra i principi della Costituzione italiana: anche questo potrebbe accelerare lo sviluppo dell’economia civile?
Il lavoro che sta portando avanti con grande determinazione Enrico Giovannini è molto importante e anch’io lo sostengo. Il problema è che l’attuazione di una tale proposta diventerebbe una questione di natura politico-giuridica, non più culturale. Ma indipendentemente dal fatto che la sostenibilità possa entrare o meno in Costituzione, parlando cioè di sensibilità, percezione, comportamenti a riguardo di questi temi, in termini quindi se vogliamo di Costituzione “materiale”, penso che la sostenibilità sia già entrata. Pensiamo solo all’impatto che sta avendo l’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco: sta risvegliando le coscienze, ne parla tutto il mondo!

In recenti occasioni, ad esempio alle ultime Giornate di Bertinoro per l’Economia Civile, lei ha parlato della necessità di un “nuovo Umanesimo”: cosa intende?
Il primo Umanesimo ha rappresentato nel 1400 il passaggio dal Medioevo alla società moderna. Il secondo Umanesimo vede il passaggio dalla società moderna a quella post-moderna. Oggi come allora siamo in una fase di svolta a “U”. Ricordiamoci, tra l’altro, che il primo Umanesimo è occorso in Italia e noi italiani abbiamo una missione storica in questo senso, non possiamo tirarci indietro. Bisogna riconoscere che sono stati fatti dei passi avanti: fino a vent’anni fa, per esempio, in Italia non c’erano insegnamenti universitari su questo fronte. Oggi non è così, anzi, spesso gli studenti migliori sono proprio quelli che desiderano impegnarsi in questi settori, come la finanza etica o l’economia civile. Anche se poi è difficile che a chi si specializza su temi del genere vengano offerte occasioni adeguate, si tende a relegarli in situazioni marginali: è ancora la questione delle “etichette”. Ma se i migliori nel loro futuro vedono questi settori, evidentemente è perché capiscono in che direzione si muove la storia. Sono processi che richiedono tempo, ma il destino è segnato.

Intervista per Right Hub a cura di Andrea Di Turi